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LA MEDIAZIONE PREVALE SULLA NEGOZIAZIONE ASSISTITA (Trib. Roma 12/4/2021)

Pubblicato in data 27/04/2021

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Per il Tribunale di Roma (ordinanza del 12 aprile 2021, qui allegata) la procedura di mediazione prevale sulla negoziazione assistita, sulla quale il Tribunale si è espresso in senso decisamente negativo, anche nei casi in cui sarebbe obbligatoria quest’ultima: "….la conclamata notoria inefficienza dell’istituto della negoziazione assistita che secondo le statistiche del Consiglio Nazionale Forense ha prodotto, al di fuori della materia delle separazioni e dei divorzi, risultati imbarazzanti quanto a conciliazioni".

Per il Tribunale, “II decr.lgsl.28/2010, istituto assorbente, come il più contiene il meno, la negoziazione assistita, essendo obbligatoria in entrambi gli istituti – in particolare nella mediazione obbligatoria e demandata, come nella negoziazione assistita – l’assistenza degli avvocati, ma solo nella mediazione essendo prevista la fattiva presenza di un soggetto terzo, autonomo e imparziale, il mediatore che attribuisce un evidente vantaggio aggiuntivo a tale istituto) di talché, da una parte sarà soddisfatta la condizione di procedibilità della causa, dall’altra potrà essere soddisfatta (e testata) la sussistenza della eventuale (e sperata) reale volontà conciliativa da parte del Ministero“. Inoltre, “il procedimento di mediazione è connotato dal ruolo centrale svolto da un soggetto, il mediatore, terzo e imparziale, la? dove la stessa neutralità non è ravvisabile nella figura dell’avvocato che assiste le parti nella procedura di negoziazione assistita. Il mediatore, infatti, ai sensi dell’art. 14 del D.Lgs 28/10, da un lato, non può “assumere diritti od obblighi connessi (…) con gli affari trattati (…)” né percepire compensi direttamente dalle parti (comma 1); dall’altro, è obbligato a sottoscrivere, per ciascuna controversia affidatagli, un’apposita “dichiarazione di imparzialità” e a informare l’organismo di mediazione e le parti delle eventuali ragioni che possano minare la sua neutralità (comma 2, lettere a e b). Tale neutralità, oltre ad essere sancita anche dall’art. 3, comma 2 del D.Lgs 28/10, è peraltro altresì precisata dalla disciplina posta dall’art. 14-bis del decreto del Ministro della giustizia 18 ottobre 2010, n. 180 (Regolamento recante la determinazione dei criteri e delle modalità di iscrizione e tenuta del registro degli organismi di mediazione e dell’elenco dei formatori per la mediazione, nonché l’approvazione delle indennità spettanti agli organismi, ai sensi dell’art. 16 del DL 28/10), adottato, ai sensi dell’art. 16, comma 2, del medesimo D.Lgs., di concerto con il Ministro per lo sviluppo economico, che regola le cause di incompatibilità e le ipotesi di conflitti di interesse in capo al mediatore. Mentre, dunque, nella mediazione il compito – fondamentale al fine del suo esito positivo – di assistenza alle parti nella individuazione degli interessi in conflitto e nella ricerca di un punto d’incontro è svolto da un terzo indipendente e imparziale, nella negoziazione l’analogo ruolo è svolto dai loro stessi difensori: è conseguentemente palese come, pur versandosi in entrambi i casi in ipotesi di condizioni di procedibilità con finalista deflattive, gli istituti processuali in esame siano caratterizzati da una evidente disomogeneità".

Clicca qui per scaricare l'ordinanza del Tribunale di Roma.

Avv. Luca Tantalo

Mancato esperimento della procedura di mediazione comporta la revoca del decreto ingiuntivo (Cass., Sez. VI, Ord. 22 marzo 2021, n. 8015)

Pubblicato in data 13/04/2021

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L’onere di attivare la mediazione compete all’opposto, con la conseguenza che dalla pronuncia di improcedibilità discende la revoca del decreto ingiuntivo.

Con questo principio, la sezione VI Civile della Suprema Corte ha mostrato di essersi ormai adeguata all’orientamento delle Sezioni Unite, che – come noto – hanno stabilito che l’onere di attivarsi per promuovere il procedimento di mediazione nell’ambito di un giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo ricade sul creditore opposto (Sez. Un. n. 19596/2020). Da ciò consegue che l’improcedibilità, in caso di mancato esperimento del tentativo di conciliazione, va a colpire il decreto ingiuntivo.

Nel caso di specie, il Giudice di primo grado assegnava termine alle parti per attivare la mediazione, ma né la banca, né i debitori opponenti vi provvedevano. Per tale ragione, il Tribunale dichiarava improcedibile l’opposizione, affermando peraltro che l’onere di proporre la domanda sarebbe spettato agli ingiunti.

La Corte d’Appello confermava la decisione di primo grado.

Veniva, quindi, presentato ricorso avanti la Corte di Cassazione, la quale, in primo luogo, ha osservato come la sentenza impugnata fosse conforme a diritto, atteso che nessuna delle due parti del giudizio aveva attivato la mediazione e, pertanto, correttamente era stata pronunciata l’improcedibilità. Per tale ragione, i giudici di legittimità hanno precisato di non poter riformare il dispositivo, ma di poter solo correggerne la motivazione ai sensi dell’art. 384 c.p.c.

Quindi, richiamando la decisione delle Sezioni Unite sopra ricordata, la Corte di Cassazione ha affermato: “va corretta la motivazione della decisione impugnata nel senso che l’onere di attivare la mediazione compete all’opposto anziché, come ritenuto dai giudici di merito, all’opponente, con la conseguenza che, come esplicitato innanzi, alla pronuncia di improcedibilità consegue la revoca del decreto ingiuntivo”.

Cass., Sez. VI, Ord. 22 marzo 2021, n. 8015



Fonte: iusletter.com

Parametri Forensi Mediazione e Negoziazione assistita

Pubblicato in data 07/10/2020

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Parametri Forensi Mediazione Media Law Grosseto

Parametri Forensi Mediazione clicca qui per la visualizzazione del pdf.

OPPOSIZIONE A DECRETO INGIUNTIVO: L'ONERE DI PROMUOVERE LA PROCEDURA DI MEDIAZIONE GRAVA SULLA PARTE OPPOSTA [SS.UU.n.19596 del 18/09/2020]

Pubblicato in data 21/09/2020

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Con la sentenza n.19596 del 18 settembre 2020 la Corte di Cassazione ha affermato il seguente principio dirompente in materia di opposizione a decreto ingiuntivo relativo a controversie soggette a mediazione obbligatoria: l’onere di promuovere la procedura di mediazione grava sulla parte opposta con la conseguenza che, ove essa non si attivi, alla pronuncia di improcedibilità dell’opposizione conseguirà la revoca del decreto ingiuntivo.
La Corte di Legittimità si è dunque pronunciata su una questione di estrema importanza considerato il dibattito giurisprudenziale e dottrinario che si è generato nel tempo intorno all’individuazione della parte processuale tenuta a promuovere la procedura di mediazione nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo.
Ai sensi dell’art. 5, comma 1-bis, d.lgs. 29/2010, “chi intende esercitare in giudizio un'azione relativa a una controversia in materia di condominio, diritti reali, divisione, successioni ereditarie, patti di famiglia, locazione, comodato, affitto di aziende, risarcimento del danno derivante da responsabilità medica e sanitaria e da diffamazione con il mezzo della stampa o con altro mezzo di pubblicità, contratti assicurativi, bancari e finanziari, è tenuto, assistito dall'avvocato, preliminarmente a esperire il procedimento di mediazione”. Il comma 4 dell’art. 5 stabilisce che le precedenti disposizioni riguardanti la mediazione obbligatoria non si applicano nei procedimenti per ingiunzione, inclusa l’opposizione, fino alla pronuncia sulle istanze di concessione e sospensione della provvisoria esecuzione.
Tale esclusione sarebbe giustificata dalla natura del procedimento monitorio, volto a far ottenere rapidamente al creditore un titolo esecutivo e caratterizzato dal contradditorio eventuale e differito. In caso di opposizione al decreto ingiuntivo, nessuna norma individua quale sia la parte gravata all’avvio della mediazione.
La dottrina, dato il silenzio legislativo, ha individuato tale parte come quella portatrice dell’interesse a evitare gli effetti negativi derivanti dalla pronuncia di improcedibilità del giudizio che consegua all’omissione del procedimento di mediazione (sul tema, G. Balena, Opposizione a decreto ingiuntivo e mediazione obbligatoria, in Riv.dir. proc., 2016; A. Tedoldi, Mediazione obbligatoria e opposizione a decreto ingiuntivo, in Giur.it., 2012).
Nel panorama giurisprudenziale, il contrasto interpretativo si può compendiare in due opposti orientamenti.
Il primo ritiene che, in caso di opposizione a decreto ingiuntivo in materia soggetta a mediazione obbligatoria, l’onere, a pena di improcedibilità del giudizio, di proporre l’istanza di mediazione nel termine assegnato dal giudice gravi sul creditore opposto.
Numerose le pronunce della giurisprudenza di merito che hanno aderito alla posizione predetta (così, C. App. Bologna, 1° ottobre 2019, n. 1730; Trib. Grosseto, 7 giugno 2018 ; Trib. Firenze, 16 febbraio 2016; Trib. Benevento, 25 gennaio 2016; Trib. Pescara, 26 marzo 2015; Trib. Ferrara, 7 gennaio 2015).
Il secondo orientamento individua l’onere della proposizione della mediazione in capo al debitore opponente e, pertanto, l’azione del debitore ingiunto promossa attraverso l’atto di citazione in opposizione andrebbe incontro alla sanzione dell’improcedibilità con conseguente passaggio in giudicato del decreto ingiuntivo opposto (in tal senso, Trib. Torino, 3 luglio 2019; Trib. Napoli Nord, 28 giugno 2018; Trib. Roma, 2 ottobre 2017; Trib. Verona, 28 settembre 2017; Trib. Torino, 4 ottobre 2017; Trib Vasto, 30 maggio 2016).
In tal senso si è espressa anche la Corte di Cassazione con sentenza n. 24629 del 3 dicembre 2015, la quale ha precisato come sia l’opponente ad avere il potere e l’interesse a introdurre il giudizio di merito.
Tale posizione, peraltro, non è rimasta priva di conferme anzi è stata recentemente ribadita da in sede di Legittimità dalla sentenza n. 23003 del 16 settembre 2019.
La seconda soluzione proposta ha il vantaggio della compatibilità con la finalità deflattiva propria dell’istituto della mediazione obbligatoria in quanto, diversamente opinando, il creditore rimasto privo di soddisfazione nel processo dichiarato improcedibile potrebbe sempre riproporre la medesima domanda; l’opposto invece subirebbe quale conseguenza quella dell’improcedibilità ed il formarsi del giudicato sul decreto ingiuntivo.
La tesi seguita dalle Sezioni Unite nella pronuncia in commento, ritiene che la soluzione offerta dalla sentenza n. 24629/2015 non sia soddisfacente in quanto, da un lato, nell’istanza di mediazione devono essere indicate le ragioni dell’azione e sarebbe dunque illogico che il debitore si trovi a precisare su un’azione che non lo riguarda; dall’altro, considerato che l’art. 5 al comma 1-bis citato, stabilisce che chi intende esercitare in giudizio un'azione deve promuove la mediazione, la Corte ha ritenuto che tale assunto non possa che riferirsi alla posizione di colui che è attore sostanziale nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo ossia il creditore opponente.
La questione era stata rimessa alle SS. UU. da parte della Terza sezione civile della Corte, chiamata a pronunciarsi in un procedimento in opposizione a provvedimento monitorio, essendo tuttora presenti, tra le corti di merito, opinioni orientate nel primo senso descritto e dunque favorevoli a identificare il soggetto gravato dell’onere de quo nel creditore opposto.
A fronte del persistente contrasto interpretativo, la Terza Sezione della Corte di Cassazione, con ordinanza interlocutoria n. 18741 del 12 luglio 2019, ha dunque rimesso gli atti al Primo Presidente affinché valuti l’opportunità di interpellare le Sezioni Unite sul tema, ritenendo sussistente il presupposto della questione di massima di particolare importanza che, ai sensi dell’art. 374, comma 2, c.p.c., legittima appunto la richiesta di intervento del massimo organo di nomofilachia.
Nell’ordinanza interlocutoria era stato ravvisato che, in considerazione del silenzio della legge circa l’individuazione del soggetto onerato della proposizione dell’istanza di mediazione, entrambe le opzioni possibili - ossia conciliazione a carico dell'opponente e conciliazione a carico dell'opposto - sarebbero sostenibili con valide argomentazioni.
La soluzione prospettata dalle Sezioni Unite è quella che appare maggiormente in armonia con il dettato costituzionale: porre l’onere di promuovere il procedimento di mediazione a carico dell’opponente si tradurrebbe, in caso di sua inerzia, nella irrevocabilità del decreto ingiuntivo come conseguenza del mancato esperimento di un procedimento che non è giurisdizionale.
La Corte Costituzionale, con sentenza n.98 del 2014 ha affermato l’illegittimità costituzionale delle norme che colleghino al mancato previo adempimento di determinati oneri, la decadenza dall’azione giudiziaria.
Partendo da tali riflessioni, le Sezioni Unite sono giunte a formulare il seguente principio di diritto:
"Nelle controversie soggette a mediazione obbligatoria ai sensi dell'art. 5, comma 1-bis, del d.lgs. n. 28 del 2010, i cui giudizi vengano introdotti con un decreto ingiuntivo, una volta instaurato il relativo giudizio di opposizione e decise le istanze di concessione o sospensione della provvisoria esecuzione del decreto, l'onere di promuovere la procedura di mediazione è a carico della parte opposta; ne consegue che, ove essa non si attivi, alla pronuncia di improcedibilità di cui al citato comma 1-bis conseguirà la revoca del decreto ingiuntivo".

Avv. Laura Panella
Mediatore Media Law

Appello improcedibile se la parte, su invito del Giudice, non presenta istanza di mediazione (Cass. Ordinanza n. 2775 del 02 febbraio 2020)

Pubblicato in data 06-05-2020

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Avvocato, Grosseto, Marco Carollo

L’Ordinanza della Suprema Corte n. 2775 del 02 febbraio 2020 si segnala per molteplici aspetti di interesse in essa contenuti, i quali, pur trattati con la consueta sinteticità che contraddistingue tali provvedimenti del giudice nomofilattico, possono ben orientare l’interprete e principalmente l’avvocato sulle possibili conseguenze di proprie scelte applicative della normativa in tema di mediazione obbligatoria e/o delegata.

La vicenda da cui originano le questioni portate all’attenzione della Suprema Corte è relativa al diritto di E.C., legale di una s.p.a. sottoposta a procedura di amministrazione straordinaria, di essere ammesso allo stato passivo per un proprio credito per compensi, in linea privilegiata ex art. 2751 bis c.c., anche per la parte relativa agli interessi maturati sui predetti crediti assistiti da privilegio.
L’avv. E.C. aveva infatti proposto ricorso ex art. 101 L.F., invocando il riconoscimento della collocazione privilegiata anche sugli interessi maturati sul compenso non corrisposto, sul presupposto dell’illegittimità costituzionale, dichiarata da Corte Cost. n. 162/2011, dell’art. 54 comma 3 L.F. nella parte in cui omette il richiamo all’art. 2749 c.c., norma estensiva appunto del privilegio sul credito, anche agli interessi su esso maturati, nei limiti ivi precisati.
Il Tribunale di Bologna, in prime cure aveva accolto la domanda del legale, ma ne aveva limitato la decorrenza in parziale accoglimento dell’eccezione di prescrizione sollevata dalla procedura.
Questo il motivo per cui l’avv. E.C. aveva comunque interposto appello nel corso del quale, in udienza di prima comparizione e nella successiva udienza, la Corte aveva rivolto invito alle parti ad attivare la procedura di mediazione di cui al d.lgs. 28/2010.
La mediazione non era stata introdotta e la Corte di Appello di Bologna, con sentenza n. 2917 del 07.02.2017, per tale ragione aveva dichiarato l’improcedibilità del giudizio di appello.
Nel proporre ricorso per cassazione avverso la decisione sfavorevole, l’avv. E.C. ha dedotto, tra altro e per quanto qui interessa, avere la Corte d’Appello violato o falsamente applicato l’art. 5 del d.lgs. 28/2010, in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c., in quanto l’invito ad introdurre la mediazione non sarebbe stato rivolto alle parti in modo idoneo e conforme a legge. Sia nell’invito verbalizzato in udienza di prima comparizione, sia in quello ribadito alla successiva udienza, infatti, non sarebbe stato assegnato alle parti il termine di 15 giorni per la proposizione della domanda di mediazione, quindi per l’avvio della procedura, né sarebbe stata espressamente richiamata la norma di riferimento (art. 5 d.lgs. 28/2010), né infine sarebbero state avvisate le parti sulle conseguenze della mancata ottemperanza all’invito medesimo.
Con il secondo motivo il ricorrente ha inoltre lamentato l’ulteriore profilo di violazione dell’art. 5 d.lgs. 28/2010, nonché degli artt. 183, 348, 348 bis e 350 c.p.c., in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c., per avere erroneamente il giudice di seconde cure rilevato ex officio l’improcedibilità del gravame, in assenza di specifica richiesta della parte appellata, oltre il termine indicato dalla norma nella prima udienza di comparizione e, comunque, dopo la precisazione delle conclusioni.
La Corte tratta le due censure in esame congiunto e le rigetta per infondatezza.
Sul termine per avviare la mediazione e sul provvedimento di delega.
In relazione al primo motivo di ricorso, essa precisa che il termine di 15 giorni per avviare il procedimento di mediazione è previsto espressamente dall’art. 5 comma 2 d.lgs. 28/2010 e, pertanto, “la sua omessa indicazione nel provvedimento di invito non è idonea a creare alcuna incertezza in capo alle parti e costituisce, al massimo, una mera irregolarità formale”.
Vale la pena riportare testualmente la norma in parola, nel testo vigente (art. 5 comma 2): “2. Fermo quanto previsto dal comma 1-bis e salvo quanto disposto dai commi 3 e 4, il giudice, anche in sede di giudizio di appello, valutata la natura della causa, lo stato dell'istruzione e il comportamento delle parti, può disporre l'esperimento del procedimento di mediazione; in tal caso, l'esperimento del procedimento di mediazione è condizione di procedibilità della domanda giudiziale anche in sede di appello. Il provvedimento di cui al periodo precedente è adottato prima dell'udienza di precisazione delle conclusioni ovvero, quando tale udienza non è prevista prima della discussione della causa. Il giudice fissa la successiva udienza dopo la scadenza del termine di cui all'articolo 6 e, quando la mediazione non è già stata avviata, assegna contestualmente alle parti il termine di quindici giorni per la presentazione della domanda di mediazione”.
Il dato letterale della norma, pertanto, prevede effettivamente che il giudice assegni il predetto termine per la presentazione della domanda; ma la Cassazione, evidentemente, lo interpreta nel senso che entro 15 giorni debba essere avviato il procedimento di mediazione, non ritenendo invece l’indicazione del termine quale elemento essenziale del provvedimento giudiziale.
E’ opportuno richiamare, su tale aspetto, per quanto non direttamente attinente allo specifico motivo di ricorso, la recente giurisprudenza formatasi sulla natura meramente ordinatoria del temine dei 15 giorni.
La questione è stata sollevata più volte presso diversi Fori ed ha portato a provvedimenti decisori anche di segno opposto. Negli ultimi tempi, sembra starsi consolidando l’orientamento che valuta come non essenziale il termine di 15 giorni, indicato dall’art. 5 d.lgs. 28/2010 nei commi 1, 1 bis e 2. In questo senso, la recente sentenza della Corte di Appello di Firenze n. 65 del 13.01.2020, nel riformare la decisione del Tribunale di Firenze che aveva dichiarato l’improcedibilità del processo per avere avviato le parti la mediazione oltre il termine assegnato, ha chiarito come: “Il termine di 15 giorni è ordinatorio e non perentorio perché tale non è indicato dalla legge: art. 152 II comma c.p.c. Né la perentorietà si desume dallo scopo o dalla funzione esercitata dal termine, proprio perché quanto rileva non è la instaurazione, ma lo svolgimento del procedimento di mediazione: Cass. civ. Sez. II, 19/01/2005, n. 1064”. Precisando inoltre che: “[…] i termini stabiliti dal giudice per il compimento di un atto processuale sono, ai sensi dell'art. 152 c.p.c., ordinatori, salvo che la legge li dichiari espressamente perentori o la perentorietà consegua allo scopo e alla funzione adempiuta”.
In senso conforme, si richiama Corte Appello di Milano 04.07.2019, che significativamente precisa altresì che: “Giova sottolineare che la qualificazione del termine come ordinatorio non è decisiva ai fini della presente fattispecie, perché la dichiarazione d'improcedibilità non postula la natura perentoria del termine concesso dal giudice (come affermato dagli appellanti), ma piuttosto l'effettivo mancato esperimento della mediazione alla data dell'udienza fissata dal giudice per consentire l'avveramento della condizione di procedibilità. In altre parole, la natura ordinatoria del termine -secondo l'orientamento condiviso anche da questa Corte- è compatibile con la declaratoria d'improcedibilità nei casi, come quello di specie, di mancato effettivo esperimento della mediazione entro la data dell'udienza fissata per tale scopo. Infatti, pur ritenendo che, in considerazione della natura ordinatoria del termine, la domanda di mediazione possa essere presentata oltre il termine di quindici giorni assegnato dal giudice, è comunque necessario, per l'avveramento della condizione di procedibilità, che il primo incontro dinanzi al mediatore avvenga entro l'udienza di rinvio, fissata proprio per la verifica dell'effettivo esperimento della mediazione, a cui è subordinata la procedibilità dell'azione”.
Le sentenze appena citate, quindi, se non risolvono questioni identiche a quelle interposte nel ricorso dell’avv. E.C., consentono comunque una riflessione organica sulla necessarietà o meno del rispetto del termine di 15 giorni per l’avvio della mediazione. Può quindi concludersi che: il termine di avvio della mediazione è ordinatorio e non perentorio; esso non deve essere indicato specificamente dal giudice in caso di invito ad attivare la procedura di mediazione ex art. 5 comma 2 d.lgs. 28/2010; ove la procedura sia comunque avviata entro un diverso e maggiore termine, la mediazione è comunque utilmente svolta e, anche se fallisce, il presupposto di procedibilità ai fini del giudizio deve ritenersi assolto; se però la mediazione non viene nemmeno avviata entro la successiva udienza fissata dal giudice, si determina la situazione che può condurre ad una declaratoria d’improcedibilità del processo.
Tornando invece più specificamente sull’ordinanza della Suprema Corte in commento, ci si vuole soffermare su altro aspetto che merita una sottolineatura. L’avv. E.C. aveva contestato, tra i motivi di doglianza, che il provvedimento di invito ad avviare la mediazione non contenesse gli elementi richiamati nel Protocollo vigente presso il Foro di Bologna, sottoscritto tra il Presidente del Tribunale e l’Ordine degli Avvocati di Bologna.
In effetti, il Protocollo richiamato specifica gli elementi che dovrebbero essere presenti nel provvedimento giudiziale (tra cui l’indicazione del termine per proporre l’avvio della mediazione) ed integra le disposizioni dell’art. 5 comma 2 d.lgs. 28/2010 con ulteriori previsioni. La Corte di Cassazione dichiara l’infondatezza dell’eccezione, sottolineando “la natura non vincolante di detto atto [il Protocollo], che contiene soltanto indicazioni di massima finalizzate ad assicurare l’armonizzazione delle procedure”.
Sul mancato avvio della mediazione e sulle conseguenze.
Non si sofferma invece, la Suprema Corte, nell’indicare specifiche ragioni per la reiezione del secondo motivo di ricorso, come detto focalizzato sulla pretesa tardività della declaratoria d’improcedibilità, dichiarata in sentenza e senza che fosse stata sollevata con eccezione dalla parte.
Il motivo è evidentemente ritenuto assorbito dai motivi espressi in ordinanza.
Per quanto qui rileva, pertanto, può concludersi che il mancato esperimento della mediazione, ove vi sia stato invito a svolgerla da parte del giudice del processo, determina comunque l’improcedibilità del successivo giudizio e può essere dichiarata anche in sentenza, pur in assenza di eccezione d’improcedibilità della parte.
Tale conseguenza appare peraltro coerente con il dettato dell’art. 5 d.lgs. 28/2010.
A nulla è valso, al riguardo, sottolineare – come ha fatto l’avv. E.C. – che la mediazione sarebbe stata inutile, attesa la nota indisponibilità delle parti a definire con conciliazione la vexata quaestio. Circostanza, quest’ultima, nella specie assai verosimile, anche considerando che la resistente era una curatela, dotata di poteri circoscritti nel concludere transazioni su richieste economiche potenzialmente incidenti sulla par condicio creditorum.
Per converso, la Corte si è avvalsa di tale sottolineatura del ricorrente, precisando come essa fosse dimostrativa del fatto che l’invito alla mediazione avesse raggiunto il proprio effetto ed avrebbe comportato, semmai il provvedimento fosse stato viziato, la sua sanatoria per raggiungimento dello scopo.
La Suprema corte ha così concluso per la reiezione integrale del ricorso e, per conseguenza, si è avuta conferma intangibile dell’improcedibilità della fase impugnatoria per non avere la parte dato corso all’invito alla mediazione espresso dal Giudice dell’appello.

A cura dell'Avv. Marco Carollo
Mediatore ed Arbitro Media Law

Termine della mediazione: quale la natura? [Corte d’Appello Firenze, 13 gennaio 2020 n. 65]

Pubblicato in data 20/02/2020

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Media Law Organismo di mediazione civile e commerciale Camera Arbitrale Ente di formazione Grosseto, Roma, Milano, Firenze, Bologna, Torino, Napoli, Genova, Nola, Rimini,

Il recente intervento della Corte d’Appello di Firenze attesta come la questione relativa alla natura del termine assegnato in giudizio per introdurre il procedimento di mediazione sia tuttora dibattuta.

I giudici fiorentini, criticando la decisione di primo grado sottoposta al loro esame, hanno ritenuto di aderire all’orientamento giurisprudenziale, secondo il quale il predetto termine avrebbe carattere ordinatorio. La sentenza parte dal presupposto per cui la improcedibilità dell’azione non può essere dichiarata se non comminata dalla legge e, infatti, le ipotesi di improcedibilità sono tassative e non sono suscettibili di interpretazione analogica.

Come si evince dal testo normativo, è l’esperimento del procedimento di mediazione che è condizione di procedibilità dell’azione davanti al Giudice ordinario. Ora, nel caso di specie la la mediazione era iniziata solo con 15 giorni di ritardo rispetto al termine assegnato ed aveva avuto regolare sviluppo: di conseguenza, quindi, secondo la Corte, ha trovato ampio riconoscimento la ratio sottesa all’esperimento di mediazione delegata (infatti la soluzione alternativa, in funzione deflattiva, è stata percorsa anche se inutilmente).

Affermano, pertanto, i giudici di secondo grado: “Il termine di 15 giorni è ordinatorio e non perentorio perché tale non è indicato dalla legge: art. 152 II comma c.p.c. né la perentorietà si desume dallo scopo o dalla funzione esercitata dal termine, proprio perché quanto rileva non è la istaurazione, ma lo svolgimento del procedimento di mediazione: Cass. civ. Sez. II, 19/01/2005, n. 1064. Poiché i termini stabiliti dal giudice per il compimento di una atto processuale sono, ai sensi dell’art. 152 c.p.c., ordinatori, salvo che la legge li dichiari espressamente perentori o la perentorietà consegua allo scopo e alla funzione adempiuta, ad essi non si applica il divieto di abbreviazione e di proroga sancito dall’art. 153 c.p.c. per i termini perentori”.

Proseguono, pertanto, i giudici di Firenze osservando che “Laddove interpretato come principio generale dell’ordinamento, avendo l’atto raggiunto lo scopo, la sanzione della improcedibilità non può essere pronunciata ( art. 156 III comma cpc) : la mediazione è stata iniziata con 15 giorni di ritardo rispetto al termine indicato , ma il procedimento si è iniziato e concluso e il mancato rispetto del termine non ha inciso sulla effettuazione del tentativo di mediazione.

La interpretazione fatta propria nel caso di specie dal Giudice di I grado, cozza altresì nel risultato finale ottenuto, con i principi espressi dalla Corte di Giustizia Europea laddove ripetutamente afferma la compatibilità del sistema di ADR con l’ordinamento giuridico sovranazionale a patto ed a condizione che sia comunque garantito l’accesso alla giustizia statuale. La pronuncia in oggetto si sostanzia in una denegazione di giustizia non giustificato da alcun comportamento colpevole della parte”.

Per tali motivi l’appello è stato accolto e la sentenza di primo grado è stata riformata.

Corte d’Appello Firenze, 13 gennaio 2020 n. 65


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